PARTE I
La rinascita mentale
Capitolo 1 — La mia storia
Quando ho deciso di ricominciare
Ci sono momenti nella vita in cui non succede apparentemente nulla.
Non c'è una data cerchiata in rosso sul calendario. Non c'è qualcuno che entra nella stanza e ti dice che da domani tutto sarà diverso. Non parte una musica motivazionale in sottofondo.
Semplicemente, a un certo punto, ti guardi.
E capisci che non vuoi più continuare così.
Per me la rinascita è cominciata in questo modo.
Non quando ho perso i primi chili. Non quando ho iniziato ad allenarmi seriamente. E nemmeno quando ho visto comparire qualche muscolo davanti allo specchio.
È cominciata prima, quando ho capito che dovevo tornare a essere responsabile della mia vita.
Avevo più di quarant'anni e non arrivavo da un periodo perfetto. Alle spalle c'erano errori, problemi, momenti difficili, anni nei quali mi ero trascurato e altri nei quali la vita mi aveva ricordato, anche brutalmente, quanto fragile possa essere ciò che consideriamo scontato.
Non potevo cambiare quello che era già successo.
Ma avevo ancora una possibilità: ricominciare.
Potevo decidere che cosa fare da quel momento in avanti.
QUANDO SMETTI DI RICONOSCERTI
Non si cambia fisicamente da un giorno all'altro. Almeno, per me non è andata così. Il peso è aumentato nel tempo, insieme a piccole abitudini che, prese singolarmente, sembravano insignificanti.
Un allenamento rimandato. Una giornata troppo pesante per pensare anche a me stesso. Poi un'altra. Un'alimentazione alla quale prestavo sempre meno attenzione. Qualche chilo in più che inizialmente quasi non notavo.
A un certo punto i vestiti diventano più stretti, ti senti più pesante, fai più fatica a muoverti. Eppure continui con le stesse abitudini, perché ti sei abituato anche a quelle sensazioni.
Questa è una cosa che ho capito soltanto dopo: abbiamo una grande capacità di adattarci, ma qualche volta ci adattiamo anche a situazioni che non ci fanno stare bene.
Ci abituiamo alla stanchezza, a dormire male, a guardarci allo specchio senza essere soddisfatti. E troviamo spiegazioni che, ripetute abbastanza spesso, finiscono per sembrare definitive.
«Ormai ho quarant'anni.»
«Ormai non ho tempo.»
«Ormai non posso più allenarmi come prima.»
Quella parola, ormai, era diventata troppo comoda. Non volevo più usarla per decidere in anticipo ciò che potevo o non potevo fare.
IL PESO NON ERA IL VERO PROBLEMA
Ero arrivato a circa 97,5 kg. Sono alto circa 1,74 metri: non era un numero che potevo continuare a ignorare.
Ma oggi, guardando indietro, so che il problema non erano soltanto quei chili. La bilancia mostrava il risultato visibile di un periodo nel quale avevo smesso di mettere la cura di me stesso tra le priorità.
Lavoro, impegni, problemi: c'era sempre qualcosa che sembrava più urgente. Il tempo per me diventava quello che restava alla fine della giornata, ammesso che restasse qualcosa.
Eppure c'è una frase che, ancora oggi, rappresenta bene ciò che ho imparato:
Se il tuo corpo ti accompagna per tutta la vita, prendertene cura non può essere qualcosa che fai soltanto quando avanza tempo.
Il tempo, quasi sempre, non avanza. Bisogna scegliere di dedicarne una parte anche a se stessi.
Non significa diventare egoisti o ignorare le persone e le responsabilità che fanno parte della nostra vita. Significa riconoscere che la salute non può essere sempre l'ultima voce della lista.
QUANDO CAMBIA LA PROSPETTIVA
Nella mia vita ho affrontato anche problemi importanti. Ci sono esperienze che ti costringono a guardare la salute con occhi diversi e ti ricordano che il futuro non è qualcosa da dare per scontato.
Non voglio trasformare queste pagine in un racconto drammatico, né sostenere che una difficoltà debba per forza insegnarti qualcosa. Posso soltanto dire che, nel mio caso, certe esperienze hanno cambiato il peso delle mie priorità.
Una percentuale di grasso corporeo, un addominale visibile o il numero sulla bilancia hanno smesso di sembrarmi il centro di tutto. Mi interessava una domanda molto più concreta: come voglio vivere gli anni che ho davanti?
Volevo stare meglio. Sentirmi più forte. Tornare a percepire il mio corpo come qualcosa di capace, non soltanto come qualcosa di cui lamentarmi. Volevo riconoscere nello specchio una persona che aveva ricominciato a prendersi cura di sé.
Non volevo comportarmi come se ci fosse sempre tempo per rimandare.
NON VOLEVO TORNARE A VENT'ANNI
Non ho iniziato questo percorso per tornare ad avere vent'anni. Quegli anni li ho vissuti e fanno parte della mia storia. Non posso recuperarli, e non ne ho bisogno.
Voglio stare il meglio possibile nell'età che ho adesso.
È una differenza importante. Se l'obiettivo è tornare indietro nel tempo, abbiamo già perso in partenza. Se invece l'obiettivo è migliorare rispetto a oggi, possiamo lavorare su qualcosa di reale.
Possiamo imparare ad allenarci meglio, a gestire l'alimentazione con maggiore attenzione, a conoscere i nostri limiti e a capire come progredire. Possiamo perfino scoprire capacità che pensavamo di aver perso.
Non sto dicendo che l'età non conti. Conta, e nei prossimi capitoli vedremo in che modo. Sto dicendo che il tempo che passa e la rinuncia a migliorare non sono la stessa cosa.
Non volevo tornare indietro. Volevo andare avanti meglio.
L’età non deve necessariamente diminuire l’ambizione. Deve aumentare la consapevolezza.
LA DECISIONE E I PRIMI CAMBIAMENTI
Non saprei indicare un allenamento preciso e dire: «È stato quello a cambiare tutto».
La decisione è arrivata prima degli allenamenti. Ho scelto di dare uno spazio reale alla salute nelle mie giornate, di prestare attenzione a ciò che mangiavo e di cominciare a studiare quello che fino ad allora conoscevo soltanto in parte.
All'inizio non sapevo dove sarei arrivato. Avevo un punto di partenza: circa 97,5 kg. Poi, nel tempo, il peso ha cominciato a scendere. Novanta, ottantanove, ottantasei, ottantacinque, ottantadue, ottanta, settantotto, settantasette.
Ricordo quei numeri non perché ogni variazione fosse una vittoria straordinaria, ma perché mi permettevano di vedere che le scelte ripetute stavano producendo un risultato. Non era soltanto «ho perso un altro chilo». Era anche la prova di aver mantenuto un’altra promessa fatta a me stesso.
Con il passare delle settimane cambiava anche il modo in cui organizzavo le giornate. Pensavo prima ai pasti, trovavo un momento per allenarmi, osservavo i progressi e cercavo di capire che cosa funzionasse e che cosa no.
Non sempre ne avevo voglia. Non sempre ero soddisfatto. Ma non dovevo più ricominciare da zero ogni lunedì.
L'ALLENAMENTO È DIVENTATO QUALCOSA DI DIVERSO
All'inizio mi allenavo anche per ragioni estetiche. Volevo perdere peso, migliorare il fisico e recuperare forza. Non c'è nulla di sbagliato in questo: sono obiettivi che continuo a comprendere e, in parte, a condividere.
Con il tempo, però, l'allenamento ha assunto un significato diverso.
È diventato un appuntamento con me stesso. Uno spazio nel quale concentrarmi su un movimento, una ripetizione, un respiro. Un momento della giornata in cui non dovevo risolvere tutto il resto.
Ho ritrovato il piacere di migliorare in qualcosa. Fare una ripetizione in più. Eseguire un esercizio con maggiore controllo. Accorgermi che ciò che qualche settimana prima sembrava difficile stava diventando più naturale.
Non era soltanto questione di muscoli. Era la sensazione di poter ancora imparare, migliorare e sorprendermi.
Quando inizi a vedere risultati concreti, cambia anche il modo in cui guardi alcuni limiti che ti eri imposto. Cominci a domandarti se siano davvero limiti oppure conclusioni alle quali eri arrivato troppo presto.
DA PRATICANTE A STUDENTE
A un certo punto allenarmi non mi bastava più. Volevo capire.
Perché un esercizio invece di un altro? Perché una certa posizione? Come si sceglie il carico? Quanto conta il recupero? Perché il corpo reagisce in un modo e non in un altro?
Ho cominciato a studiare con maggiore serietà. Ho intrapreso il percorso da Personal Trainer e ho voluto approfondire anche la biomeccanica.
Più imparavo, più mi rendevo conto di quanto fosse limitante ragionare soltanto in termini di età: «Dopo i quaranta bisogna andarci piano».
Per me la questione è un'altra. Bisogna allenarsi con intelligenza, tenendo conto della propria condizione, della propria esperienza e delle proprie possibilità. Allenarsi duramente e allenarsi senza criterio non sono la stessa cosa.
Lo studio non ha cancellato gli errori. Mi ha dato strumenti migliori per riconoscerli e correggerli.
NON È STATO UN PERCORSO LINEARE
Sarebbe facile raccontare tutto come una sequenza perfetta: ho deciso di cambiare, ho iniziato ad allenarmi, ho mangiato meglio e il corpo si è trasformato.
Non è andata così.
Ci sono stati allenamenti buoni e altri mediocri. Giornate nelle quali non vedevo i risultati che speravo, periodi in cui la bilancia sembrava ferma, errori nell'alimentazione e tentativi che ho dovuto rivedere.
E c'è stato anche il rischio di esagerare. Quando cominci a vedere che puoi influenzare i risultati, viene voglia di controllare ogni dettaglio e accelerare tutto: più allenamento, più attenzione, più sacrifici.
Ho dovuto imparare che fare di più non equivale sempre a fare meglio. Il recupero conta. La vita fuori dall'allenamento conta. E un percorso che pretende di occupare ogni spazio della giornata, alla lunga, rischia di diventare un altro problema.
Per un periodo ho definito il mio coinvolgimento una «ossessione sana». Con questa espressione non intendo la ricerca compulsiva del risultato, né l'idea di sacrificare tutto il resto. Intendo il fatto che finalmente dedicavo attenzione e curiosità a qualcosa che avevo trascurato per troppo tempo.
La differenza, per me, è tutta qui: non volevo soltanto arrivare a un numero. Volevo capire e vivere il percorso.
NON SONO SPECIALE
Non racconto questa storia perché qualcuno possa pensare: «Bravo lui».
Sarebbe una conclusione che non mi interessa.
Sono una persona normale. Ho un lavoro, impegni, problemi, giornate nelle quali sono stanco e altre nelle quali le cose non vanno come avevo previsto. Ho più di quarant'anni e un corpo che porta con sé la propria storia.
Non vivo in una palestra. Non possiedo giornate di quarantotto ore.
Ed è proprio per questo che credo nel valore di un percorso costruito sulla vita reale. Se per cambiare fossero necessarie condizioni perfette, la possibilità sarebbe riservata a pochissime persone.
Le condizioni perfette, però, non sono quelle da cui sono partito io. E probabilmente non sono nemmeno quelle da cui partirai tu.
C'è il lavoro che hai, il tempo che riesci a trovare, il corpo che hai oggi, le persone di cui ti occupi e le difficoltà che non puoi cancellare con un programma di allenamento.
È da lì che si comincia. Non dalla vita immaginaria in cui tutto fila liscio.
LA PRIMA PROMESSA
Quando si decide di rimettersi in forma, è normale pensare subito al peso da perdere, ai muscoli da costruire o ai vestiti che si vorrebbero indossare di nuovo.
Anch'io ho avuto e continuo ad avere obiettivi fisici. Ma lungo il percorso ho capito che ne esiste uno che viene prima: diventare una persona che riesce a mantenere, con realismo, gli impegni presi con se stessa.
Non significa rispettarli sempre e a qualsiasi costo. Significa non lasciare che una giornata sbagliata decida anche tutte le successive.
Un allenamento fatto con criterio, un pasto scelto con maggiore consapevolezza, una sera in cui decidi di recuperare invece di aggiungere altra fatica: sono decisioni piccole, ma ripetute nel tempo cambiano il rapporto che hai con te stesso.
Non serve vincere ogni giornata. Serve smettere di considerare persa l’intera partita quando una giornata va male.
PERCHÉ HO SCRITTO QUESTO LIBRO
Non ho scritto queste pagine per prometterti il fisico dei tuoi sogni in trenta giorni. Non posso garantirti un certo peso, una certa forma fisica o un risultato identico al mio. Chi lo promette senza conoscere la persona che ha davanti sta semplificando qualcosa di molto più complesso.
Posso però raccontarti quello che ho vissuto, ciò che ho imparato e gli errori che ho commesso. Posso condividere un modo di affrontare allenamento, alimentazione, recupero e abitudini che tenga conto della vita quotidiana.
È da questa esperienza che nasce il Metodo Over 40. Non come scorciatoia e nemmeno come promessa di perfezione, ma come un percorso da adattare alla persona che sei oggi.
Nei prossimi capitoli parleremo di ciò che cambia con l'età, di come costruire abitudini sostenibili e di come misurare un punto di partenza senza trasformarlo in un giudizio. Poi entreremo nei novanta giorni: ricominciare, costruire e continuare.
Perché un programma perfetto che non riesci a seguire vale meno di un programma buono che riesci a mantenere per anni.
LA RINASCITA NON HA UNA DATA DI SCADENZA
Oggi, quando ripenso a quel periodo, non vedo soltanto due corpi diversi. Vedo soprattutto un cambiamento nel modo di affrontare le giornate.
Prima aspettavo più spesso il momento giusto. Adesso cerco di capire che cosa posso fare con il tempo e le possibilità che ho. Prima alcune difficoltà mi sembravano ragioni sufficienti per non iniziare. Adesso provo a distinguere ciò che davvero non posso cambiare da ciò su cui posso ancora lavorare.
Non so in quale situazione ti trovi mentre leggi queste pagine. Forse vuoi perdere peso, forse vuoi recuperare forza, forse non devi dimagrire affatto. Magari non ti alleni da anni o forse sei già attivo e vuoi continuare a esserlo con maggiore consapevolezza.
Non pretendo che la mia esperienza sia identica alla tua.
La mia storia serve a dirti soltanto che si può cominciare anche quando le condizioni non sono quelle che avevamo immaginato.
E a lasciarti una domanda, la stessa che ho dovuto rivolgere a me stesso:
Quanto della persona che potresti ancora diventare sei disposto a lasciare inesplorato?
Io, a un certo punto, ho deciso che volevo scoprirlo.
Non a vent'anni. Non in una vita senza problemi. Non quando tutto era semplice.
Dopo i quarant'anni.
Ed è proprio per questo che questa storia comincia qui.

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